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Interviste POP: Luca Dirisio, il successo, il silenzio, la rinascita

Luca Dirisio è tornato. Dopo otto anni dal suo precedente disco di inediti, l’artista abruzzese ha pubblicato un nuovo album, per il quale ha scelto un titolo non a caso: Bouganville. Ecco le sue parole, tra haters, social, musica indie (che non è altro che pop «con i vestiti di papà») e una donna che gli ha cambiato la vita e che ha sposato in questi otto anni di assenza dalle scene musicali.

Le parole di Luca Dirisio

Luca, hai pubblicato Bouganville a otto anni di distanza da Compis. Com’è stato tornare dopo tanto tempo?

È stato bello. Per chi fa questo lavoro, pubblicare un progetto nuovo e ritrovare il proprio pubblico è sempre una grande gioia. Molti pensano che questi anni di lontananza siano stati duri, difficili, invece è stata una scelta precisa, quella di starmene da parte. In tutto questo tempo, la musica è cambiata, quindi mi sono guardato intorno. Ho preferito lanciare alcuni singoli, com’è successo nelle estati scorse, e sondare il terreno. Qualche tempo fa, poi, ho ritrovato il mio storico manager, avevamo lavorato insieme quindici anni fa. Abbiamo iniziato a parlare, gli ho raccontato di aver scritto un centinaio di canzoni in tutto questo tempo, lui ha ascoltato un po’ di roba e mi ha detto «Luca, qui tocca fare un disco». Quindi abbiamo scelto una decina di brani e così è nato questo album.

Un album che prende il titolo dal nome di una pianta, la bouganville, che d’inverno sembra morire ma d’estate rifiorisce e torna più rigogliosa che mai. Una metafora che sembra parlare di te.

Proprio così. In questi anni, ho dovuto sopportare tanti attacchi sui social, scrivevano che ero morto, mi prendevano in giro con battutine sciocche, pensando di ferirmi o di apparire simpatici. Nell’uno e nell’altro caso, credo che abbiano fallito. Con questo titolo, ho voluto dare una risposta a chi pensava che fossi finito. Il grande Raymond Carver, scrittore americano dei primi del Novecento, mi ha suggerito questo titolo: ho letto i suoi libri e, parlando della bouganville, la descriveva proprio così, come una pianta che, con l’arrivo dell’inverno, sembra ormai spacciata, ma poi torna a rifiorire. Ho voluto fare un omaggio a lui e, in questo modo, dare una risposta a chi mi voleva morto.

Negli ultimi otto anni, di cose ne sono cambiate parecchie: è nato il web 2.0 grazie all’avvento dei social, i talent show sono diventati l’ultimo baluardo della discografia italiana, l’indie è il nuovo pop.

A me queste cose fanno ridere. L’indie italiano non ha niente a che vedere con l’indie vero e proprio. La parola indie viene da indipendente, basti pensare ai The Strokes, loro sì che lo sono per davvero. Quelli di oggi recuperano i motivetti dalla stanza dei genitori, questo indie è un pop che si limita a strizzare l’occhio a suoni vecchi, che esistevano già. Come se non bastasse, si definiscono indie ma hanno una major alle spalle. Tutto questo mi fa ridere. Questo indie è una invenzione tutta italiana, questi si sono rimessi le scarpe del padre, i vestiti da paninaro ed ecco servito l’indie italiano. Le persone dovrebbero leggere e acculturarsi prima di darsi degli appellativi impropri. La musica è cambiata, il mondo si evolve, si muove, bisogna solo capire se il movimento va in direzione di un miglioramento o di una recessione. Io credo che siamo tornati indietro. Pensiamo a Guccini, De Gregori, De André, i loro brani avevano un contenuto, i giovani di allora li ascoltavano, imparavano, si sentivano rappresentati. Erano artisti in linea con l’evoluzione del mondo di quel periodo, arricchivano il pubblico e ci hanno lasciato in eredità una verità insindacabile. Le canzoni che scrivono i ragazzi di oggi parlano di rolex, Lamborghini, canne, soldi e sdoganano una sottocultura imbarazzante. Quando io ho pubblicato il primo disco, le case discografiche erano belle incazzate, prima di darti l’opportunità di fare un album ce ne voleva, chiedevano spessore, qualità, continuità. Oggi escono canzoncine inutili, robetta. I dischi non si vendono più, gli unici fruitori della musica sono i ragazzini di dodici o tredici anni, che ascoltano le canzoni su Spotify. Ai miei tempi, se chiedevi a un ragazzino «Cosa vuoi fare da grande?», ti rispondeva «Il calciatore, l’astronauta, l’ingegnere». Oggi ti rispondono «Voglio fare i soldi». Ora ti faccio un esempio…

Fai pure.

Se metti un ragazzino davanti a un paio di scarpe bianche e a uno giallo fosforescente, quale sceglierà? Ovviamente quelle gialle, perché sono appariscenti. Quindi, a un pubblico di giovanissimi, che non ha i mezzi per riconoscere il talento e per pretendere un contenuto valido, cosa puoi offrire, se non qualcosa di molto appariscente? Non si bada alla qualità, ma al colore, all’apparenza, all’apparire. Se vedi il tipo con i denti d’oro, il rolex, la Lamborghini, che balla come un pirla, automaticamente vuoi imitarlo. Non si fa musica per fare arte, per condividere una verità, ma per mero business. E siccome oggigiorno, nelle case discografiche, non esistono più i talent scout, ma solo dei babbei a cui interessano più i follower su Instagram che la qualità della musica, questi sono i risultati. Oggi fai i dischi in base a quanto sei seguito sui social.

Recentemente hai detto «Prima mi sentivo legato, oggi sono libero di scrivere ciò che voglio, ciò che sento dentro». Cos’è che ti faceva sentire legato prima?

Il mio rapporto con le major è sempre stato particolare. La major è come il rivenditore di calzature dell’esempio di prima: comprano le scarpe all’ingrosso a 30 euro, ma le rivendono a 150. Perché? Semplice: devono recuperare i soldi spesi per comprarle, poi c’è l’Iva, le spese dell’affitto del locale e infine devono pure guadagnarci qualcosa. La major ti produce, ma innanzitutto deve guadagnare, quindi inevitabilmente ti fa vivere in una condizione costante di stress. Perché tu dia sempre di più, ti fa sentire una star, ti porta nei locali a cinque stelle. Inevitabilmente, un ragazzino di ventiquattro anni, che viene da un paesino dell’Abruzzo e si ritrova in un mondo patinato, si monta la testa, ma non è nemmeno colpa sua. Viene catapultato in un ambiente nuovo, ricco, affascinante, è normale perdersi. Io vengo da una famiglia benestante, mio padre è un noto avvocato e mia mamma una dirigente, non mi è mai mancato nulla, ma un conto è la realtà da cui provieni, un altro è ritrovarti da solo, a guadagnare tanti soldi, a fare una vita agiata, con i riflettori puntati addosso e tutte le attenzioni di cui hai bisogno. Le major, poi, pian piano, finiscono per diventare una trappola, ti dicono «Non dire questo, parla così, attenzione a quello che fai». Il desiderio di fare musica, di sentirti libero viene soppiantato da una realtà in cui diventi una marionetta, da una realtà snaturata. L’idea che avevo io, quando ho scelto di fare questo mestiere, era semplicemente di scrivere canzoni, di poter dire la mia, di andare in giro a cantare. Quella non era più libertà. Devi diventare quello che vogliono loro, fare i dischi quando vogliono loro, uscire con un album all’anno, senza la libertà di sparire, vivere e scrivere quando ne senti l’esigenza. Devi scrivere il pezzo dell’estate, il cosiddetto tormentone, poi quello più romantico per il periodo di Natale. Non stavo più bene.

C’è qualcosa di cui ti penti di quello che hai fatto o che sei stato spinto a fare?

Io amo prendermi le mie responsabilità, non accusare gli altri. Sono cresciuto, ho pensato e ripensato a quello che è stato. Certo, se potessi tornare indietro, non farei certe scelte, mi tapperei la bocca in certi casi, per evitare di far polemica, in altri parlerei di più. Però non mi va di recriminare, purtroppo quello che non funziona è il sistema, va aggiustato. Se non si può, però, si può sempre scegliere di fare come ho fatto io.

Di questi tempi, prendersi la libertà di essere e fare quello che si vuole è la più grande rivoluzione contro il sistema.

Assolutamente sì. Anche perché le cose sono troppo compromesse, combattere contro un sistema marcio è totalmente inutile. Se c’è una cosa che mi fa incazzare è il fatto che le major abbiano permesso la nascita dei primi motori di ricerca per far scaricare la musica gratis. È come se tu permettessi alla gente di entrare in un supermercato e prendere ciò che vuole gratuitamente, è follia. Le major si sarebbero dovute unire e fare una guerra a chi ha distrutto la musica, anche perché le prime a rimetterci sono state loro.

E hanno sdoganato l’idea che la musica non sia un lavoro, ma una cosa che tutti possono prendere e buttare via quando vogliono.

Il punto è proprio questo: il prezzo per fare un disco non si è abbassato, mentre i guadagni si sono dimezzati. Di conseguenza, nel momento in cui si guadagna poco, si finisce per produrre solo quello che piace a quei pochi che ancora ne usufruiscono, quindi il livello si è notevolmente abbassato, le proposte sono diminuite e i prodotti sono diventati usa e getta. Ma ci rendiamo conto che le case discografiche sono arrivate al punto di dare una possibilità a gente che utilizza l’autotune perché non sa cantare? Ma come cazzo è possibile che prima fossero così fiscali e adesso facciano fare dischi a gente che non ha idea di cosa sia la musica? Le case discografiche si sono rovinate da sole e hanno fatto ammalare la musica.

Quest’estate, la tua Calma e sangue freddo ha compiuto ben quindici anni. Un successo così travolgente può diventare un marchio troppo pesante da scrollarsi di dosso? Può diventare un limite?

Certo che sì. Io rimarrò sempre quello di Calma e sangue freddo. In un anno in cui non c’erano tormentoni, la Sony ha deciso che il mio brano lo sarebbe diventato, così hanno bussato alle radio, perché le radio passano solo quello che vogliono le major, e hanno scritto il mio destino. In quel momento, io ero la priorità della mia casa discografica.

Dimentica Calma e sangue freddo. Se potessi scegliere tu la tua canzone più famosa, quale sceglieresti?

Ora come ora ti dico Stare bene, perché è una canzone libera e liberale. È una canzone che non obbliga nessuno a far niente, ma invita le persone a emanciparsi dai vincoli che la società impone. Ecco, in questi otto anni di assenza, una cosa l’ho imparata: la felicità viene dalla libertà di fare ciò che si ama, bisogna togliere il piede dall’acceleratore, godersi quello che si ha. Non bisogna correre sempre, è controproducente. E, soprattutto, è fondamentale capire cosa ci piace realmente. Oggi la gente va in vacanza a Dubai, ma solo per fare un post su Instagram, si ritrova in mezzo a Ferrari che non potrà mai comprare, a gente ricca che non conosce nemmeno. La gente oggi è felice se è popolare, se ha tanti like su Instagram, se è seguita. A volte mi chiamano, mi dicono «Luca, pubblica qualcosa su Instagram, è da tanto che non posti nulla». Io rispondono «Sono a pesca, a chi vuoi che importi?». Ma perché devo far sapere i fatti miei alla gente?

A proposito di apparire, negli ultimi anni, i talent show, più che essere una reale occasione per i cantanti in gara, si sono rivelati una vetrina per i giudici.

(ride, ndr) Perdonami, non ti sto ridendo in faccia, è una risata isterica! Fino a qualche tempo fa, pensavo che i talent fossero un’ottima occasione per i ragazzi, oggi vorrei che capissero che è solo una trappola. Se se ne rendessero conto, non parteciperebbero più e li chiuderebbero. Vengono usati come carne da macello. Vengono sfruttati, spremuti finché c’è qualcosa da guadagnare e poi buttati via. I giudici hanno un annetto di celebrità e poi anche loro finiscono in panchina.

Tu lo faresti il giudice in un talent?

Per soldi lo farei, ovvio, ma non per giudicare. Chi sono io per giudicare un ragazzetto che ha un sogno? Certo, se è un cane a cantare, allora gli direi «Fratello, non fa per te, cambia mestiere». Ma, se mi si presentano davanti cento ragazzi bravi, come faccio a decidere a chi dire di sì e chi eliminare? E lì intervengono le logiche televisive: bisogna scegliere quello che fa più audience, quello che fa alzare lo share. Tutto questo è imbarazzante. Torniamo al discorso di prima, di chi è la colpa? Dei discografici che non sanno più fare il proprio lavoro e producono ragazzetti senza talento ma che piacciono al pubblico. Poi, se piacciono per un paio di mesi, poco conta, l’importante è vendere e sfruttare al meglio il malcapitato di turno.

Poco fa, hai detto che hai scritto oltre cento canzoni e, in Bouganville, ne sono finite appena una decina. Una di queste ce la farai sentire sul palco dell’Ariston di Sanremo?

Se dipendesse da me, ti direi subito di sì. Ma anche lì ci sono delle logiche che mi piacciono poco. La scelta degli artisti in gara è semplice: ogni casa discografica manda almeno due artisti, poi viene preso qualcuno proveniente dai talent, poi ancora qualcuno che è particolarmente in voga, infine qualche fenomeno e il cast è fatto. Io ogni anno provo a partecipare a Sanremo, a chi non piacerebbe cantare con la più importante orchestra d’Europa, in un teatro meraviglioso e di fronte a quindici milioni di italiani?

Guarda in avanti: come ti vedi tra dieci anni?

Mi vedo ancora più rilassato di adesso, ancora più maturo, più sereno. Sono un po’ socratico sotto questo punto di vista, nel senso che so di non sapere e sono assolutamente predisposto alla conoscenza, mi piace mettermi in discussione e meravigliarmi di ogni cosa nuova. Nello stesso tempo, apprezzo molto quello che ha detto Nietzsche, ovvero che il vero intellettuale non è quello che pensa al presente, ma quello che è felice di lasciare un buon futuro a chi verrà. Ecco, io spero di migliorarmi e di poter dare consigli utili e saggi a chi verrà dopo.

Concludo con questa domanda: per noi di DonnaPOP, l’accezione POP rappresenta qualcosa di bello, accattivante, interessante. Cosa è per te POP?

La mia stessa vita. Ero sfiduciato, non credevo che avrei trovato un equilibrio, ma poi, all’improvviso, mi è caduta una stella tra le braccia e questa stella è diventata mia moglie. In questi ultimi otto anni, l’ho conosciuta, me ne sono innamorato e ci siamo sposati. Da poco abbiamo una casa nuova, ma è troppo grande per noi due soli, quindi chi lo sa… (sorride, ndr) Pop è la mia vita di oggi, il disco nuovo, la musica. E poi tra qualche giorno andrò nelle Marche, a festeggiare il compleanno di mia nonna che compie novant’anni, festeggeremo tutti insieme. Ecco, per me tutto questo è pop e, ora come ora, non ho proprio nient’altro da desiderare.