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Interviste POP: Gilles Rocca, il vero vincitore di Sanremo 2020

Gilles Rocca è un attore e regista. Lavora da tanti anni (davanti e dietro la macchina da presa), ma la popolarità è arrivata dopo la sua partecipazione o – per meglio dire – la sua apparizione a Sanremo. No, non ha cantato. No, non ha nemmeno portato in scena un monologo. È salito sul palcoscenico dell’Ariston per pochi attimi e la sua vita è cambiata, «due secondi, per l’esattezza», mi fa eco, «Ho rivisto il video, sono stati esattamente due secondi». Poi il ritorno a casa, il messaggio di un amico («Guarda che su Twitter gira una tua foto») e un l’aumento improvviso dei suoi follower di Instagram («Erano appena quattromila, appena ho riacceso il cellulare erano novemila»). Ho incontrato Gilles Rocca, il vero vincitore di Sanremo, apparso all’Ariston nel momento topico della manifestazione, ovvero quando Bugo ha lasciato il palco. Ecco cosa mi ha raccontato.

Le parole di Gilles Rocca

Partiamo dal principio: come mai tu, che sei un attore e regista, ti trovavi sul palco dell’Ariston di Sanremo?

Lavoro nella ditta della mia famiglia, nata grazie a mio nonno più di sessant’anni fa. Ci occupiamo delle più grandi produzioni Rai, quindi Domenica In, Mezzogiorno in famiglia, I fatti vostri, in passato abbiamo lavorato per Panariello, a Torno sabato, per Fiorello, senza dimenticare Fantastico e altre trasmissioni che hanno fatto la storia della Rai.

Vorrei che questa intervista fosse un’occasione per conoscerti a fondo, oltre il tuo aspetto e quello che è successo sul palco dell’Ariston.

Prima giocavo a pallone, ma a ventuno anni ho smesso. Ho giocato con la Lazio per quattro anni, poi sono stato al Cervia. Mi hanno chiamato a fare un reality, si chiamava Campioni – Il sogno, l’ho fatto inconsapevolmente, parliamo di tanti anni fa, eravamo ancora agli albori dei reality show. Ho partecipato per qualche mese alla trasmissione, poi, dopo una sfida vinta sul campo, sono stato eliminato dal televoto. Mi hanno chiesto di ritornare, mi volevano per il secondo anno. Durante una partita, però, ho avuto un brutto infortunio e così la mia carriera da calciatore è finita. Poco dopo, mi hanno proposto un ruolo nella fiction Carabinieri, ero un protagonista di puntata, nel cast c’erano Alessia Marcuzzi e Luca Argentero. Allora ero ancora acerbo, la passione per la recitazione l’ho sempre avuta, vengo da una famiglia di artisti. Ma ho preferito fermarmi e studiare, ho fatto l’Accademia Jenny Tamburi. Subito dopo ho avuto l’opportunità di continuare a lavorare, ho fatto Distretto di polizia, i Cesaroni, Don Matteo. A quel punto, però, c’è stato un incontro importante con il regista Roberto Cenci, che mi conosceva ormai da anni, da quando avevo partecipato a Campioni – Il Sogno.

E così è arrivato Volami nel cuore, programma di Raiuno, andato in onda nel 2008.

Esatto, ho fatto il provino, ho preso parte alla trasmissione e ho vinto come miglior attore. Ho portato in scena Grease e ho continuato a lavorare ad altre fiction, come ad esempio Ris. Così ho iniziato a giocare per la Nazionale Attori. Proprio in quell’occasione ho conosciuto Marco Risi, che per me è diventato un fratello. Lui stava pensando a un film, Tre tocchi, che è stato in concorso al Festival del Cinema di Roma; ha fatto diversi provini e alla fine ha scelto sei protagonisti, tra cui io. È stata un’esperienza straordinaria, abbiamo girato delle scene con Sorrentino, che interpretava se stesso, poi c’erano Claudio Santamaria, Luca Argentero, Marco Giallini, un cast straordinario. Il film, purtroppo, è uscito in pochissime copie. Sai cosa pensavo? Che quell’occasione mi avrebbe cambiato la vita: un regista di talento come Risi mi aveva scelto, avevo condiviso il set con attori incredibili, avevo lavorato a una produzione importante, ero convinto che quella fosse la mia occasione per spiccare il volo.

Ma così non è stato.

No, ma ci sono abituato. Ho partecipato a Campioni, poi a Volami nel cuore, dove ho pure vinto, ho recitato in varie fiction, ma non è successo quello che speravo.

Tornando a Risi e al vostro incontro, cos’è successo poi?

Ho scritto e diretto un cortometraggio, Metamorfosi, in cui interpreto anche un ruolo. E a quel punto è successo un fatto che considero miracoloso: il corto, senza averlo spinto in alcun modo, senza avere alle spalle un ufficio stampa e, soprattutto, senza averlo inviato nemmeno ai concorsi, è stato notato da Isabella Rauti, che allora era consigliere per le Pari Opportunità, ed è diventato documento ufficiale del Ministero degli Interni.

Attualmente stai lavorando al lungometraggio di Metamorfosi.

Esatto. Dopo cinque anni, in cui il corto ha avuto la possibilità di girare per tutta Italia, ho ripreso in mano il racconto e l’ho stravolto, oggi ha un’impronta più thriller. Per me è un figlio, vedere che prende forma è un’emozione indescrivibile, la mia compagna sarà la protagonista del film (si tratta dell’attrice Miriam Galanti, ndr). Lei è un’artista eccezionale, a marzo sarà al cinema con il film In the trap, è l’unica attrice italiana presente nel cast.

In Metamorfosi, tu, però, non reciterai.

No, ho deciso di fare un passo indietro. Mi sono limitato a scriverlo e lo dirigerò quando inizieranno i lavori sul set. Non mi sento all’altezza né adatto a interpretare il ruolo di questa storia, quindi è giusto che io mi faccia da parte.

Insomma, nella tua carriera hai lavorato tanto, ma la notorietà è arrivata con un’apparizione sul palco del Festival di Sanremo. Pochi secondi ed è cambiato tutto.

È stato assurdo, perché in quel momento non dovevo essere lì. Io mi occupo dei movimenti palco perché gli strumenti appartengono alla nostra azienda, dunque di tutti i musicisti, cantanti in gara e ospiti. Nella posizione esatta in cui mi trovavo, di solito c’è il direttore di palco, Pippo Balestrieri, che però era stato portato via dall’ambulanza pochi minuti prima. Quindi, mi sono ritrovato per un’ora a gestire il Festival, in collaborazione con il regista, Stefano Vicario, e gli autori. Quando Pippo si è sentito male, mi hanno detto «Non c’è tempo da perdere, mettiti le cuffie, prendi il suo posto». Quindi, mentre stavo seguendo l’andamento della serata, è successo il fattaccio tra Bugo e Morgan. La prima cosa che mi sono chiesto è stata «Ma è vero?», non sapevo se fosse uno scherzo, se fosse tutto organizzato, ho preso il primo autore che mi è capitato a tiro e gli ho detto «Dimmi se si tratta di una gag», mi ha risposto «È tutto vero, noi non ne sapevamo nulla». Finita la diretta, sono tornato a casa. Un mio amico mi fa «Gilles, guarda che ti stanno twittando tutti», «E che vor dì?», gli ho chiesto, io non so nemmeno come si usi Twitter. Allora ho aperto Instagram e mi sono accorto che il numero dei miei seguaci era aumentato notevolmente e, ogni volta che aggiornavo, ce n’erano almeno cento in più. Nelle prime ventiquattr’ore sono arrivato a nove mila follower. Qualche giorno fa, sono stato ospite di Caterina Balivo a Vieni da me: prima di entrare avevo undicimila follower, uscito da lì erano diciannovemila. Da quel momento in poi mi sono arrivati messaggi di ogni tipo. Quello che voglio, però, è veicolare questa popolarità per farmi conoscere per quel che sono e per quello che so fare. Voglio far conoscere i miei lavori, ad esempio ho fatto un cortometraggio sulla distrofia muscolare di Duchenne, ho raccontato la storia di un ragazzo affetto da questa terribile malattia neuromuscolare; vive con sua madre, con 500 euro al mese, ma ne pagano 700 d’affitto. Non voglio portare in giro il mio aspetto, quello è solo ciò che si vede, io ho qualcosa da dire.

Non puoi negare, però, che il tuo aspetto sia un elemento ingombrante, è difficile che passi inosservato.

Molta gente, nella vita, mi ha preso in considerazione solo per il mio aspetto ed è rimasta sorpresa scoprendo che io sono più a mio agio dietro le quinte. La recitazione è stata un mezzo per arrivare alla regia. Quando sono sul set, cerco di rubare ogni segreto per imparare e migliorarmi. Sono autodidatta, non ho studiato regia, mi ha sempre mosso la mia curiosità e la voglia di mettermi in gioco. Onestamente, il fatto di essere apprezzato solo per il mio aspetto non mi va.

© Roberto Chiovitti

Hai mai subito pregiudizi per questo motivo?

Allora, non voglio essere ipocrita, la bellezza non è mai un problema, ti dà la possibilità di farti notare e di non passare inosservato. Tuttavia, può rappresentare un limite, specie quando ti dicono «La tua faccia non funziona». Ma io credo anche che fare l’attore significhi anche diventare altro da sé: quando ho girato Tre tocchi, dove interpretavo un attore tossico, ho perso dieci chili, sono andato avanti a mele e scatolette di tonno per due mesi, mi ero indebolito, mi piegavo in due. Ma era necessario per quel ruolo e l’ho fatto ben volentieri, interpretare significa questo, mettersi nei panni di qualcun altro. Quello che voglio dire è che la bellezza non è un merito, ma non è nemmeno un demerito: sei fatto così, punto. Non mi va di essere ammirato solo per il mio aspetto, ma non mi va nemmeno di essere penalizzato e giudicato a prescindere. Eppure capita.

Proprio a Sanremo, Diletta Leotta ha detto che la bellezza capita per caso, poi bisogna farci i conti.

(scoppia a ridere, ndr) Ha proprio sbagliato monologo! Comunque la metti, ne esce male. Comunque sì, la bellezza capita, ma non bisogna farci troppo affidamento. Sai cosa mi è successo cinque anni fa?

Racconta.

Ho avuto un incidente. Stavo andando da Michele Guardì per presentare Tre tocchi, il film di Risi. Un tipo mi ha investito e ho sbattuto la faccia contro il parabrezza. Per un anno ho avuto il volto pieno di lividi. Se sei legato troppo all’estetica, qualunque cosa ti accada sei fottuto. Sai che ti dico? Prima avevo una faccia più pulita, questo fatto mi ha indurito i lineamenti e mi va bene così. Sai cos’è successo a Jason Momoa?

Racconta un po’…

Si è trovato in mezzo a una rissa, in un pub, uno gli ha dato un pugno e gli ha spaccato l’occhio, hai presente il taglio che ha sul sopracciglio? Ecco, quando è diventato famoso, si è rifatto vivo quello che l’ha picchiato e gli ha chiesto un risarcimento per avergli permesso di avere quel volto lì… (ride)

A nome di tutte le donne (e gli uomini) che ti stanno scrivendo su Instagram in questi giorni: mi pare di capire che tu sia felicemente fidanzato…

Sì, da undici anni (sorride, ndr). La amo da impazzire, è una donna meravigliosa. Ogni settimana le chiedo di fare un figlio, ma lei non vuole, dice che è presto. Oh, io c’ho trentasette anni, me sto a invecchia’, ma lei niente (ride, ndr). Scherzi a parte, quando anche lei sarà pronta, ne riparleremo. Magari, dopo aver girato Metamorfosi, potremmo pensarci seriamente.

Quando inizieranno le riprese?

Spero dopo l’estate. È un progetto a cui tengo molto, ho tanto da raccontare e tante storie da portare sullo schermo. Ho molte esperienze alle spalle, sono andato a vivere da solo che ero appena un ragazzino, ho visto tante cose, vorrei che tutto questo arrivasse.

Comunque, a conti fatti, questa apparizione sul palco del Festival è un’ottima opportunità per farti conoscere e raccontare chi sei. Insomma, mi pare di capire che non corriamo il pericolo di vederti sull’Isola dei famosi

No, per carità (ride, ndr). Niente Isola, Grande Fratello, Uomini & Donne o Temptation Island. Non ci penso nemmeno, non ho intenzione di sputtanarmi così. A che pro, poi? Comunque, io una cosa l’ho imparata, ovvero che nella vita non bisogna mai dire mai, ma ho altri sogni e altre ambizioni. E poi resto con i piedi per terra, questa popolarità mi serve per far conoscere il mio lavoro, non voglio diventare uno che passa da un reality all’altro e campa di questo. Anche perché io un posto sicuro ce l’ho e me lo tengo stretto. Quando ho vinto Volami nel cuore, terminata la puntata, mi sono messo ad aiutare mio padre a smontare gli strumenti, tutti mi dicevano «Ma sei scemo? Vieni qui a festeggiare». La mia risposta è stata «Io mio padre da solo a lavorare non lo lascio, prima lo aiuto e poi festeggio». Sono fatto così, non mi vergogno di quello che faccio, innanzitutto perché lo faccio onestamente e con passione. Non mi interessa la fama fine a se stessa.

In questi giorni il tuo cellulare non smette di squillare. Che proposte ti stanno arrivando?

Di ogni tipo, reality, interviste, ospitate… Sai cosa mi fa incazzare? Quando ho fatto il corto sul ragazzo con la distrofia muscolare di Duchenne, ho bussato a tante porte, ma la risposta è stata sempre la stessa: «Ci dispiace, ma non fa notizia». Questo è un mondo spietato.

Concludiamo così: il nostro magazine si chiama DonnaPOP e, per noi, il termine POP rappresenta qualcosa di bello, entusiasmante, accattivante. Cos’è per te POP?

Per me pop è prendere la mia moto e andarmene in giro. Mi sento libero, mi sento bene. Due anni fa, insieme alla mia ragazza, siamo stati in Croazia a bordo della mia Kawasaki del 1981. Vai veloce, sei inafferrabile, è una sensazione che mi fa sentire bene. E poi il mio destino era già scritto nel mio nome.

Perché?

Io mi chiamo Gilles per via di Gilles Villeneuve, che è stato un grande pilota. Mio padre, da sempre appassionato di motociclismo ma soprattutto di Formula Uno, ha voluto che mi chiamassi come lui. Tutto torna, no?