Musica che unisce

Musica che unisce: ricordiamoci che la musica ci ha salvato, quando tutto sarà finito

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Una serata che è stata più di un concerto, più di un evento benefico, più di una manciata di canzoni che si susseguono. Musica che unisce è la prova che la musica non ha bisogno di palchi, riflettori e artifici per esistere. E va maneggiata con cura, perché è un bene prezioso. Quando questo periodo doloroso e senz’altro surreale sarà finito, ricordiamoci della musica, che ci ha tenuto per mano e ha riempito la solitudine, ha rotto il silenzio, ha spostato un po’ più avanti il limite del possibile.

Musica che unisce: quando è la musica a salvarci

Musica che unisce è stato un evento televisivo, trasmesso da Raiuno, in prima serata, per raccogliere fondi per la Protezione Civile. Un evento senza intervalli pubblicitari, una maratona di canzoni, parole e riflessioni, con la narrazione sapiente di un professionista che la musica la conosce bene, Vincenzo Mollica. Tante, tantissime canzoni, qualche sketch, una serie di pensieri e un mantra, «Restate a casa». Ma la verità è che Musica che unisce non è solo quello che abbiamo visto in televisione: è quello che abbiamo visto moltiplicato per un numero incalcolabile di artisti, più o meno noti, che spontaneamente hanno scelto di tenerci per mano, facendo quello che più sanno fare.

Spontaneamente, appunto. Su Instagram, ma senza filtri. Nelle case di ognuno di noi, ma senza chiedere nulla in cambio. Non per contratto, ma per azzerare le distanze, per dare al silenzio un suono sopportabile, per reagire alla rabbia, alla frustrazione, ai nervi che faticano a restare saldi. Da quando il periodo di quarantena ha coinvolto tutto il nostro Paese, da nord a sud, indistintamente, gli artisti hanno iniziato a cantare, a creare una fitta rete di appuntamenti virtuali, su uno smartphone, ma dal contenuto concreto, imprescindibile e, in taluni casi, persino necessario.

Perché, senza mai dimenticare le persone colpite direttamente dal Coronavirus, e poi i medici, gli infermieri e tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria casa ogni mattina per lavoro, restano tutti gli altri. E tutti gli altri sono persone che soffrono; in maniera diversa, certamente, ma non di meno. Quelli che possono restare a casa sono dei privilegiati, perché corrono meno rischi e sono chiamati a un sacrificio minore, ma sono innanzitutto persone strappate alla propria quotidianità. Nessuno ne parla, perché si crede – erroneamente – che la loro condizione non debba e non possa prevedere alcuna forma di dolore. Ma non è così.

I danni di una vita che si ferma all’improvviso, senza più progettualità, punti fermi, prospettive, non sono da sottovalutare. Possono essere insidiosi e mortificanti, perché nessuno se ne accorge o dà loro peso. E non è da sottovalutare l’importanza della musica per chi è chiuso tra le quattro mura di casa. Per questo Musica che unisce non è solo un evento tv, ma un’ancora di salvezza per chi combatte una battaglia silenziosa e snervante. Per questo mai nessuno dovrebbe chiedere agli artisti di smettere di cantare (né alla gente comune, che lo fa dal balcone di casa). Si è parlato, impropriamente, di mancanza di rispetto verso chi ha perso la vita o un proprio caro a causa del Coronavirus. La verità è che la musica, il canto e la condivisione non possono fare del male a nessuno, men che meno mancare di rispetto, ma scongiurare che qualcun altro possa lasciarsi andare all’apatia, a un nemico infido, sleale proprio perché (apparentemente) trasparente. La musica non può fare miracoli, è vero, ma può essere un balsamo, un’attenuante, una speranza.

Ricordiamocene quando recupereremo aderenza con la realtà, quando questo tempo sospeso si farà concreto, quando ci mancherà il fiato perché la vita riprenderà a correre veloce. Ricordiamo che la musica ci ha teso una mano, ci ha tenuto compagnia, ci ha fatto camminare per chilometri restando fermi, ci ha permesso di piangere, di ridere a crepapelle, di ballare. Di andare via da queste quattro mura. Di restare dentro queste quattro mura.

La musica è forte che spezza il dolore, ognuno di noi lo sa. Ognuno di noi dovrà ricordarlo.

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Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.