Paolo Meneguzzi

Interviste POP: Paolo Meneguzzi, il successo, il silenzio e il coraggio di tornare

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Una carriera folgorante, iniziata quando aveva appena diciotto anni. Un successo (apparentemente) inarrestabile, prima in sud America e poi in Italia, più di due milioni di dischi venduti, cinque Festival di Sanremo e una hit dopo l’altra ai vertici delle classifiche. Poi il silenzio. Paolo Meneguzzi, a sette anni di distanza dal suo ultimo disco in studio, è tornato con nuovo singolo, Il Coraggio, un brano maturo e consapevole, che segna un nuovo inizio. Durante la nostra chiacchierata, abbiamo ripercorso la sua carriera, le luci e le ombre, fino ad arrivare al presente, a suo figlio, a sua moglie e alla musica di oggi, che esiste anche senza riflettori.

Le parole di Paolo Meneguzzi

Paolo, vorrei iniziare partendo dall’ultimo tassello della tua lunga carriera: Il coraggio. Un brano importante, in un momento altrettanto importante e delicato come quello che stiamo vivendo.

Il coraggio nasce da una collaborazione con Emilio Munda. Il fatto che questo mondo sottragga ai deboli per arricchire i grandi mi ha fatto pensare a chi veramente tira fuori il coraggio per vivere. Chi merita dei riconoscimenti non sono certo le grandi aziende e le multinazionali. È il più debole che deve avere coraggio in questo mondo. È da questa considerazione che è nato il brano.

Prendendo spunto da alcuni versi del tuo nuovo pezzo, vorrei raccontare un po’ di te. Il coraggio si apre con una frase emblematica: «C’è chi di una fine sa farne un inizio e lì comincia a vivere». 

Ho una grande forza di volontà che mi salva ogni volta. Lavoro sempre così tanto che non faccio in tempo a finire un percorso che ne inizio subito un altro. Sono anche stato molto fortunato, più di una volta la vita mi ha dato un’opportunità, ma credo anche di averci messo sempre del mio per ottenerla. Prima ero una macchina lavorativa, prendevo anche due o tre aerei al giorno e rappresentavo un buon prodotto, per questo le case discografiche mi sostenevano. Sapevano di trovare in me una macchina instancabile.

Un altro verso importante è «Siamo tutti più bravi a morire che a giocarci la vita ogni giorno». Hai mai pensato di mollare tutto?

Ci penso ogni giorno, ma non lo dico con tristezza o sconforto. Nel momento in cui il mio percorso dovesse ostacolare la crescita di mio figlio ed essere di intralcio, non avrei problemi a cambiare. Ma anche perché con gli anni ho raggiunto una consapevolezza diversa. La musica è slegata dal successo. E la musica è viva nel momento in cui hai una chitarra in mano, ovunque tu sia e a qualsiasi livello. Oggi amo stare al fianco di giovani talenti. Non ho più la smania di apparire a tutti i costi ed è anche per questo che non mi faccio vedere quasi più, se non sui social. Mi hanno sempre proposto dei reality o delle trasmissioni televisive, tipo Ora o mai più, ma ho sempre rifiutato.

Mi piace continuare a raccontarti attraverso Il coraggio. Negli ultimi versi del brano, canti così: «Perché le paure che noi non temiamo ci temono da sempre». Quali sono le tue paure più grandi?

Oggi soffro tantissimo il giudizio, non riesco a capire perché nel mondo ci sia tanta cattiveria. È così bello che ci siano tante forme diverse di arte, dovremmo goderne senza giudicarle. Qualsiasi forma di arte è da rispettare. Spero che si possa maturare in questo senso, anche perché il giudizio a prescindere o il pregiudizio, attraverso i social, oggi fa dei danni enormi a livello psicologico, soprattutto nei confronti dei più insicuri e dei più giovani. Speriamo che nasca una forma di protezione dagli haters e da chiunque non faccia altro che attaccare gli altri, spesso con cattiveria e rabbia.

Facciamo un passo indietro. La tua carriera è iniziata ormai ventiquattro anni fa, allora avevi appena 18 anni. Il Paolo di oggi, se potesse rivolgersi al ragazzino di allora, cosa direbbe?

Vedendomi adesso, che sono appagato, sono diventato padre e ho una donna stupenda al mio fianco, gli direi di rifare le stesse cose. Ho lavorato tantissimo, per almeno quindici anni, in maniera ininterrotta. La mia giovane incoscienza mi portava a pensare in grande, ero certo che avrei raggiunto certi livelli, non so spiegarlo nemmeno a me stesso, ma la mia forza di volontà e la tenacia mi spingevano a crederci. Forse era solo ingenuità, ma mi ha dato una forza tale che mi ha spinto a lavorare con costanza, fino a vedere il mio futuro costruirsi davanti ai miei occhi. 

Nell’arco di questi ventiquattro anni, hai partecipato ben cinque volte al Festival di Sanremo e ogni volta è stato un successo.

Quanti ricordi: Pippo Baudo mi ha sostenuto tanto, Bonolis mi ha scelto in un momento in cui ero all’apice del successo; Tony Renis con Simona Ventura, nel 2004, hanno creduto in me e mi hanno permesso di svoltare. E poi Raffaella Carrà, che è stata la prima in assoluto a volermi a Sanremo. Però non ti nascondo che il Sanremo più importante è stato quello del 2007, quando ho cantato Musica. Avevo un brano davvero molto bello e tutti ne erano consapevoli, da Pippo sino al mio entourage. Avevamo una carica speciale e un’energia positiva contagiosa. È stato indimenticabile.

Ti sarebbe piaciuto tornarci quest’anno?

No, e non ci ho nemmeno provato. Non ci credo, non credo sia la mia strada, al momento non è quello che voglio e provarci senza convinzione sarebbe inutile, non mi prenderebbero mai. Magari un giorno succederà qualcosa per cui tornerò su quella strada. Ma, al momento, se potessi decidere tra me e un ragazzo della mia accademia, senza dubbio cederei il mio posto volentieri.

Dicevamo, ventiquattro anni di carriera, oltre due milioni e mezzo di dischi venduti, un successo inarrestabile in Italia e all’estero, ma poi, ad un certo punto, sembra che qualcosa sia cambiato. Cosa è successo?

Fa tutto parte di un mondo in cui io non sono mai voluto entrare. Sarebbe stato facile, in certi momenti, farsi dare il numero da Fegiz, coccolarsi Linus, andare alle feste di compleanno di Caio e Sempronio, mandare messaggini di auguri alle persone importanti. Io non sono così, lavoro senza cercare le grazie di nessuno. Sono sempre stato un artigiano della musica, uno che crede che il duro lavoro ripaghi sempre. Faccio parte della schiera dei lavoratori indipendenti e in qualche modo me la caverò anche senza i media che mi hanno voltato le spalle.

Prima di parlare di presente e futuro, vorrei che ti voltassi indietro: c’è qualcosa che rifaresti meglio, se potessi tornare indietro?

L’Eurovision Song Contest non mi ha soddisfatto. Ho toppato. Ci sono arrivato nel 2008, dopo dodici anni di hit. Forse anche io avevo esaurito le energie e mi dispiace, soprattutto per non aver rappresentato il mio paese, la Svizzera, al meglio. Ho dato tutto quello che avevo, ma ero stanco, infatti il mio stop per anni è arrivato dopo quel momento. Non è stato dovuto a quello, sia chiaro, ma avevo davvero esaurito ogni idea.

Veniamo al presente. C’è un Paolo in parte inedito per il grande pubblico, mi riferisco a quello che è direttore artistico della scuola di talenti più importante della Svizzera, ovvero la POP MUSIC SCHOOL, che conta seicento artisti. Mi parli di questa tua attività?

È la mia resurrezione. Seguo artisti giovani che ballano, cantano, suonano e recitano. Siamo un’accademia alla Fame e puntiamo sulla qualità. Oggi compiamo cinque anni e il nostro lavoro comincia a dare i suoi frutti, abbiamo molti ragazzi ormai pronti per lavorare e per poter affrontare l’avventura di questo percorso.

Non solo, c’è un altro Paolo ancor più inedito, perché non ami parlare della tua vita privata: da tre anni e mezzo sei diventato papà del piccolo Leonardo.

Rispetto a lui, tutto il resto è nulla. Per lui darei la vita. Niente ha più senso se non in funzione sua. La sua nascita mi ha proprio cambiato, come uomo e come compagno di Linda, mia moglie.

Parliamo di futuro. Cosa c’è nel tuo?

Quello che farò è far uscire i miei nuovi pezzi a distanza di due mesi l’uno dall’altro. E anche se oggi siamo molto legati all’immagine, voglio che arrivi la musica, la purezza della musica, senza sovrastrutture.

Concludiamo così: il nostro magazine si chiama DonnaPOP e, per noi, il termine POP rappresenta qualcosa di bello, entusiasmante, accattivante. Cos’è per te POP in questo momento della tua vita?

Pop per me significa popolare, rappresenta qualcosa che è di tutti, quindi pop è la musica, che è ciò che – nonostante tutto – continua a darmi la forza e il coraggio di andare avanti.

Forse ti interessa anche:

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.