Tommaso Paradiso

@Paolo Pizzi / Ansa

Tommaso Paradiso, la parabola discendente di un mediocre consapevole

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Qualche giorno fa, mentre vagavo a vuoto su Facebook, ho letto un post illuminante: «Tommaso Paradiso dice quello che ogni donna vorrebbe sentirsi dire». Così, per caso, ho trovato la risposta a una domanda che mi ponevo da tempo: perché Tommaso Paradiso piace così tanto?

La parabola discendente di Tommaso Paradiso

La mediocrità non è deprecabile come la bruttezza, ma non è nemmeno divisiva come la bellezza. Non deve sopportare il peso di essere il fanalino di coda dei giudizi negativi, ma neanche l’onere di guidare i giudizi positivi. Si ferma a metà strada tra il brutto e il bello, coinvolge quelli che non hanno un gusto talmente cattivo da preferire il brutto e quelli che non hanno un gusto talmente sopraffino da preferire il bello. Coinvolge i più, le masse sfocate, quelli che – di un intero testo – ricordano lo slogan, quelli che «Lo trasmettono sempre in radio quindi dev’essere bravo». Quelli che, udite udite, «Tommaso Paradiso è un poeta moderno».

La mediocrità è peggio della bruttezza, perché è subdola. La bruttezza è evidente, la mediocrità si nasconde dietro un «Non è male», che non significa che è bello, ma nemmeno che è brutto. Non è male. Ecco, Tommaso Paradiso non è male. E lo sa bene, perché questa è la strada che l’ha portato al successo e gli ha permesso di diventare il volto e la voce di punta del cosiddetto itpop (vale a dire il fenomeno che, negli ultimi anni, ha permesso a cantanti di origine indie di invadere il pop).

Le origini

Ma parliamo di origini, appunto. Tommaso Paradiso è nato, artisticamente, con i Thegiornalisti, nel 2009. I Thegiornalisti sono nati da (e come) una realtà indie, ma non sono stati affatto una realtà indie. Questa non vuole essere una nota di demerito nei loro confronti, sia chiaro, perché indie non è sinonimo di qualità. E non è un genere musicale. La definizione “artista indie” non classifica la musica che un artista fa, ma racconta il suo background e le scelte artistiche che compie. Quindi, i Thegiornalisti, sebbene siano nati nell’underground romano e abbiano fatto una lunga gavetta, sono sempre stati una realtà pop.

Probabilmente, è più corretto dire che i Thegiornalisti sono stati una realtà indipendente che si è affacciata al pop poco per volta, album dopo album: dopo l’esordio con Vol. 1, disco realizzato con un preponderante utilizzo di chitarre e batterie sincopate, è stata la volta di Vecchio, il loro secondo progetto discografico, che ha dato il via a una svolta in direzione di sonorità nuove, attraverso l’introduzione di sintetizzatori e loop elettronici. Fuoricampo, il terzo album, ha confermato questa svolta, che – con Completamente Sold Out – si è fatta più marcata. Love, l’ultimo disco di Paradiso con i Thegiornalisti, ha completato la trasformazione. Una parabola discendente, questa, direttamente proporzionale all’aumento del successo.

Il successo

E veniamo al successo, dunque. Travolgente, spiazzante, inspiegabile. Sì, inspiegabile, avete letto bene. Perché il pop di Paradiso, caratterizzato inizialmente da malinconiche venature anni Ottanta, è diventato commerciale e dozzinale. Brutto, sciatto, vuoto. Da cantautore di discreta bravura, si è trasformato in un produttore seriale di hit appiccicose e furbe: questo cambio di rotta, che era nell’aria ma non si era ancora realizzato, gli ha permesso di ottenere un successo di pubblico a lungo sperato, ma mai raggiunto prima.

È lecito, dunque, chiedersi se sia un caso che il successo sia arrivato quando il livello artistico si è abbassato o se il livello artistico si sia abbassato per raggiungere un pubblico più ampio e mainstream. Fatto sta che, tre anni fa, Paradiso ha scritto e cantato «Sotto il cielo di Berlino mangio mezzo panino» e ha ottenuto il doppio disco di platino per le vendite. E, se qualcuno pensa che sia scorretto estrapolare un solo verso per supportare una tesi, rispondo che Riccione, il brano da cui è tratta la frase, è il non-testo per eccellenza: si tratta di una serie di versi, privi di qualsiasi logica fondante, che restano intrappolati nella mente persino degli ascoltatori più distratti.

Riccione non parla di niente, ma sa farlo bene: Paradiso ha rispolverato il peggio degli anni Ottanta (Jerry Calà compreso), ha condito il tutto con una prepotente dose di synth e auto-tune e ha servito il brano in un videoclip degno di Drive In. Dunque, è Paradiso a essere un genio, visto il successo che è riuscito a ottenere con una roba tanto brutta, o è il pubblico italiano a essere totalmente disabituato al bello? Di certo Riccione è la prova che il successo, maneggiato con tanta spavalderia, rischia di diventare una condanna. Ma questo, evidentemente, sono solo io a pensarlo, visto che a molta gente piace.

In definitiva…

Tuttavia, mentre il successo non smetteva di crescere, Paradiso ha continuato indisturbato a produrre brutte canzoni, fino ad arrivare all’ultima, Ma lo vuoi capire?, che è l’ennesima prova della sua parabola discendente. Tra l’una e l’altra, tuttavia, ha cantato anche qualche brano discreto, come Questa nostra stupida canzone d’amore o New York. Niente di eccelso o memorabile, sia ben chiaro, ma sufficiente a salvarlo dall’abisso. E così Tommaso è entrato nel girone dei mediocri. E sembra starci bene.

La mediocrità è (o dovrebbe) essere la conseguenza di chi si ferma a metà strada tra il brutto e il bello. Nel caso di Paradiso, è una scelta consapevole, un compitino ben svolto, senza mai andare fuori dai margini. Una scelta che dice molto sul pubblico che oggigiorno fruisce della musica. E anche su di lui, che per esistere ha scelto di restarle fedele.

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Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.