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L’aborto non è un omicidio: ogni donna deve essere libera, senza giudizi

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Sono passati esattamente quarantadue anni da quando la legge sull’aborto è entrata in vigore (era il 22 maggio del 1978), ma c’è ancora chi lo considera un omicidio. Spesso, però, a forza di disquisire su un argomento tanto delicato e controverso, ci si dimentica di rispettare le donne, che sono innanzitutto esseri umani liberi. Liberi di poter scegliere per sé e il proprio corpo. Continuare ad associare il termine aborto a quello di omicidio è quanto di più deprecabile, sbagliato e, ammettiamolo, ipocrita ci sia.

L’aborto è un diritto

L’aborto non è un omicidio, continuare a sostenerlo è un atto di grande inciviltà, mancanza di rispetto e tatto. Si tratta di una scelta che spetta alle donne e ognuna deve poter decidere senza condizionamenti di alcun tipo. Abortire è e resta un diritto insindacabile, una conquista che non può e non deve essere messa in discussione. Del resto, non si tratta di una imposizione: ogni donna è libera di decidere per sé e, per per lo stesso, non deve subire il giudizio di nessuno.

Si tratta di un ragionamento lapalissiano: ogni diritto che rappresenta un’opportunità per qualcuno e che, nel contempo, non toglie né scalfisce la libertà di qualcun altro, non deve essere messo in discussione. Non deve diventare motivo di giudizio né di offesa.

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Aborto: miti da sfatare

I cosiddetti antiabortisti, spesso supportati da un profondo credo religioso che ne determina la morale, incappano in alcune inesattezze di non poco conto. Ad esempio, è scorretto dire che un feto sia indistinguibile da un bambino: prima della ventunesima settimana, infatti, un feto non può sopravvivere senza supporto. Non solo: fino alla ventiquattresima settimana, un feto non ha ancora connessioni cerebrali, dunque non può provare dolore. L’idea che il feto sia una persona non ha nulla a che fare con la biologia, ma è una convinzione che affonda le sue radici in ideologie religiose che, per sopravvivere, non possono fare a meno di questo assunto arbitrario. Si tratta di un’idea che non contiene nessun fondamento scientifico.

Una coppia qualsiasi ovulo-spermatozoo, sebbene non ancora uniti, ha già in sé ciò che serve per la costruzione di un nuovo esemplare. Dunque, una coppia ovulo-spermatozoo, secondo questo ragionamento, avrebbe la stessa dignità biologica del feto. Questo per dire che, se definiamo omicidio l’interruzione di gravidanza, dovremmo dirlo anche a proposito dei metodi contraccettivi, dell’astinenza sessuale o addirittura della scelta del celibato, perché – di fatto – si arriva sempre allo stesso risultato: verrà impedito a una persona di venire al mondo.

Se l’aborto è un omicidio, allora quasi tutti gli esseri umani possono essere considerati degli assassini.

L’aborto legale salva le donne

Limitare i diritti all’aborto significa limitare le donne, mettere in discussione il loro diritto alla vita e, soprattutto, mettere a rischio la loro stessa esistenza. Il motivo è semplice: l’aborto è sempre esistito e sempre esisterà, impedire quello legale non vuol dire debellarlo. La criminalizzazione dell’aborto non porta a un minor numero di aborti, ma porta certamente alla morte di più donne, che perdono la vita a causa di procedure non sicure.

Nessuna donna deve dimenticare che il suo corpo è suo soltanto. Non solo: ogni parte del suo corpo le appartiene. Dunque, a lei sta la scelta di usarlo come vuole, quando vuole e se vuole. Il diritto alla vita di un feto è discutibile, quello di una donna non lo è affatto.

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Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.