Chiara Ferragni: sapete chi dice che la beneficenza si fa in silenzio? Chi non la fa!

Chiara Ferragni e la scelta di donare in beneficenza il cachet di Sanremo: è giusto o sbagliato? Alcune riflessioni in merito al caso.

Chiara Ferragni, prossima alla co-conduzione di Sanremo 2023 al fianco di Amadeus e Gianni Morandi, ha preso una decisione che ha sollevato l’ennesima polemica (c’era da aspettarselo) intorno all’influencer più influencer di tutte. Ma la beneficenza si fa davvero in silenzio?

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Ricapitoliamo i fatti: Chiara Ferragni co-condurrà Sanremo e ha deciso di devolvere l’intero cachet all’associazione D.i.RE. (Donne in rete contro la violenza). La sua scelta è finita, com’era prevedibile, al centro del solito e abusato dibattito sulla beneficenza: è giusto farla in silenzio o è lecito (se non addirittura doveroso) parlarne? È giusto che chi fa beneficenza abbia un tornaconto (in termini di visibilità) o sarebbe meglio che nessuno ne sapesse nulla?

Partirei dal rovesciare la domanda: perché non bisogna dire di fare beneficenza? Qual è il demerito di chi lo dice e cosa toglie alla beneficenza il fatto di dirlo? Assolutamente nulla. E pur sforzandosi di cercare un motivo per cui debba restare segreta, si fa davvero fatica a trovarne anche solo uno. Così, sul web, qualcuno (anzi, più di qualcuno) alza la voce e afferma: «Chiara Ferragni vuole solo farsi pubblicità».

E arriviamo, dunque, a un altro punto sostanziale della faccenda: Chiara Ferragni non è Maria Concetta da Marzamemi, ma l’influencer italiana più seguita al mondo. Il suo mestiere è quello di influenzare, dunque quello che fa (in questo caso parlare di violenza sulle donne e donare dei soldi a un’associazione) è il suo lavoro. Potrebbe farlo in silenzio, certamente, ma si è mai visto il proprietario di un negozio di calzature non esporre in vetrina le scarpe che vende?

Non sarà romantica e forse nemmeno zuccherosa l’immagine di una persona che esibisce un atto di beneficenza, ma Chiara Ferragni è un’imprenditrice digitale e il suo mestiere è quello di vendere la propria vita, di mostrarla, quotidianamente, a decine di milioni di persone. Nella vetrina di Chiara (cioè sui suoi social) c’è quello che lei vuole vendere al pubblico. Posto che non ci sia niente di male a comunicare la beneficenza, Chiara Ferragni, nello specifico, non può non dirlo.

La beneficenza non è un dovere di nessuno

Diciamo, in tutta franchezza, anche un’altra cosa: la beneficenza non è dovuta, chiunque lavori ha il diritto di essere retribuito e non è tenuto a dare niente a nessuno. Che ci siano lavori sottopagati e altri pagati in modo spropositato, è un altro discorso (più complesso e delicato della frase populista e priva di fondamento «Chiara Ferragni dovrebbe condurre Sanremo gratuitamente perché è ricca»). Alla luce di questo punto fermo, resta il fatto che la scelta della Ferragni di fare beneficenza sia encomiabile, ma dire che debba farla in silenzio significa vivere sconnessi dalla società odierna.

Questo non vuol dire, come qualcuno sbrigativamente sostiene, che la nostra sia la società della mera apparenza. Vuol dire, piuttosto, che i social sono dei media potentissimi, come nel secolo scorso sono stati i giornali e poi la tv: smuovono le masse, accendono riflettori, creano dibattito. Nel 2023, sostenere che Chiara Ferragni, professione influencer, debba tacere la beneficenza è anacronistico e, lasciatemelo dire, populistico.

Sì, care amiche e cari amici, Chiara Ferragni – nel fare del bene – trae più di un vantaggio. E, tutto sommato, non fa del male a nessuno. Tranne, forse, alla coscienza di chi – la solidarietà – non la fa affatto.