Giuliano Petrigliano

INTERVISTE POP: Giuliano Petrigliano, credere in un sogno è una fortuna

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Giuliano Petrigliano è un artista a tutto tondo: scrittore, poeta, cantautore e autore teatrale. Di recente, ha pubblicato la sua terza raccolta di poesie ed è stata l’occasione per raccontare la sua storia. Una storia fatta di parole, musica e sogni.

Le parole di Giuliano Petrigliano

Giuliano, iniziamo questa nostra chiacchierata partendo da Fino a quel momento soffrirai come un cane, la tua terza raccolta di poesie. 

Si tratta di un libro che esce a distanza di qualche anno dall’ultimo, che si intitolava Come poeta Dio non vale un cazzo e mi procurò l’antipatia di bigotti, ipocriti e perbenisti del web che si erano sentiti offesi da quello che a loro sembrava un titolo blasfemo. Non so se con questo libro romperò le palle a qualche altra categoria umana, ma non credo. In queste poesie parlo di argomenti non troppo diversi da quelli che ho già affrontato in altri lavori: amori, incazzature, infatuazioni, dialoghi surreali con gente appena conosciuta… Insomma, tutte cose che possono capitare a chiunque, ma che nel caso specifico sono capitate a me, che sono uno scrittore. E il brutto vizio di chi scrive è, appunto, scrivere. Ecco perché poi ci ritroviamo con l’ordinario messo nero su bianco sotto forma di poesia. Ne abbiamo bisogno? No. Ma ci sono tante cose di cui non abbiamo bisogno, eppure ce le teniamo strette. D’altronde, come diceva anche Oscar Wilde, «Quando una cosa diventa utile, cessa di essere bella». Non so se la roba che scrivo sia bella, ma in fin dei conti la cosa non mi riguarda, e mi piace l’idea che il mondo funzioni che uno fa una cosa e tutti gli altri se ne fanno un’idea, possibilmente senza rompersi le palle gli uni con gli altri, che poi è anche la mia ricetta per un mondo perfetto.

"Fino a quel momento soffrirai come un cane"

“Fino a quel momento soffrirai come un cane”, la terza raccolta di poesia di Giuliano Petrigliani, edita Bertoni Editore.

Senza voler svelare troppo i contenuti della tua raccolta, vorrei soffermarmi sulla poesia Vendere qualcosa, un ritratto onesto e crudo sulla condizione degli artisti oggi, costretti ad essere anche venditori della propria arte. Com’è essere artisti nella società odierna?

Non credo sia tanto diverso da com’è sempre stato. Oggi siamo abituati a dire che con l’arte non si campa, ma in realtà non succedeva neanche prima. Basti pensare a tutti gli artisti che sono stati rivalutati dopo la morte e che in vita erano considerati poco più che reietti, o ai grandi poeti medievali che prendevano i voti per poter vivere con lo stipendio da chierico, così da non avere troppi cazzi per la testa e poter scrivere serenamente. Forse la differenza sostanziale sta nel fatto che oggi i mezzi di comunicazione hanno fatto sì che chiunque possa scrivere un libro o prodursi un disco e metterlo in commercio, e questo porta ad una sovrapproduzione di opere. Opere che, per buona parte, sono obiettivamente mediocri, se non terribili, e capisci che in un mare di bruttezza, anche i bravi artisti fanno più fatica a far sentire la propria voce. E da qui deriva anche il discorso del sapersi vendere: mi sembra una gara un po’ ridicola in cui tutti, soprattutto gli artisti scadenti, sgomitano per arrivare da qualche parte. Quindi da una parte sono consapevole del fatto che, se produci qualcosa che potremmo chiamare “arte”, poi in qualche modo devi farla arrivare alla gente; ma dall’altra mi fa un po’ ridere quando sento qualcuno dire che un artista deve saper essere il manager di se stesso: gli viene mai in mente che se uno fosse bravo a fare il manager, farebbe quello, e non l’artista?

Quali difficoltà e pregiudizi incontra, oggigiorno, chi si occupa di arte?

È la solita vecchia storia di quando, dopo aver risposto «Sono un artista» alla domanda su come ti guadagni da vivere, ti senti incalzare «Sì, ok, però che lavoro fai?». Vedi, anch’io nella mia vita ho fatto alcuni lavori qua e là, come lavare i cessi o improvvisarmi imbianchino, perché, si intende, è sopravvivenza. Ma ho fatto questi lavori sempre per brevi periodi, mentre suonavo nei locali e nelle metro, come artista di strada, praticamente da quando, dopo gli studi, mi sono ritrovato a decidere cosa fare della mia vita. E io decisi che volevo essere un artista. Ho sempre pensato alla mediocrità come tutte quelle persone che a vent’anni vogliono diventare rockstar, e a quaranta si ritrovano a lavorare in un ufficio con la chitarra impolverata in soffitta. Ecco, sarà sicuramente una visione fatalista, ingenua o pressappochista di come va il mondo, ma io continuo a sentire dentro di me che mai e poi mai vorrei diventare così. Probabilmente lo diventerò, un giorno, e sarò agli occhi di tutti (ma soprattutto di me stesso) l’emblema del fallimento, ma per il momento sono ancora abbastanza incazzato e agguerrito da cercare di evitarlo. E il fatto che a volte, parlandone con qualcuno, io percepisca invidia o addirittura antipatia, mi fa pensare che stia andando nella giusta direzione. Se poi mi perderò per strada, ok, potremo tornare qui a parlarne, ma per adesso mi sento ancora io, rispetto a loro, il più fortunato.

Ci vuole più coraggio o incoscienza a intraprendere un percorso come il tuo, fatto non solo di scrittura, ma anche di musica e stand up comedy?

Credo nessuna delle due. Non chiederemmo mai a un medico se per curare nello stesso giorno un raffreddore e un’infezione delle vie urinarie gli siano serviti coraggio e incoscienza: quello della medicina è il suo campo, quindi lo vedremo operare lì. Il mio campo, seguendo questo discorso, è quello dell’esprimere idee, del creare qualcosa, del dire la mia. E non vedo perché, nel farlo, debba limitarmi, rinchiudermi in categorizzazioni, in generi, fossilizzarmi su questa o su quella forma d’arte. Io da adolescente ho iniziato a suonare e a scrivere canzoni, poi anni dopo ho scoperto la Beat Generation e mi sono appassionato alla poesia. Oggi invece ho trovato nella stand up comedy un linguaggio divertente, pungente e politicamente scorretto da sperimentare, un territorio nuovo in cui scorrazzare, e mi sta piacendo da matti.

Facevamo cenno alla musica: nel 2016, hai pubblicato un ep autoprodotto, Non sono stato io.

In musica, forse più che nella poesia, credo sia abbastanza lampante la mia incapacità nel vendermi. Le canzoni che ho inciso non sono altro che il musicista che è in me che si diverte a suonare la musica che gli piace, vale a dire il country, il folkrock, un certo tipo di canzone d’autore che oggi si è evoluto in forme che non mi sono molto congeniali. In poche parole, oggi quelle canzoni non hanno mercato. Magari se le prendessi e le riarrangiassi in chiave indie (ovvero musicalmente scarne, con qualche accordo dissonante e con una voce da tredicenne innamorato che faccia bagnare un pubblico di ragazzine adolescenti) potrei fare il lavoro che faccio con le poesie: provare a venderle. Ma devo essere sincero, e ammettere che non ne avrei la voglia, oltre che l’intenzione. E poi dedicarmi a varie forme d’arte ha uno scotto da pagare, e cioè che non riesco a dedicarmici contemporaneamente, e quindi se in un periodo scrivo poesie, scrivo solo poesie. Se scrivo monologhi per la stand up, scrivo solo monologhi. Lo scrivere canzoni richiede una disposizione d’animo differente, e allo stesso modo, quando sarò nel mood canzone, non riuscirò a scrivere altro che canzoni. Ora, si dà il caso che negli ultimi anni mi sia trovato principalmente nel mood poesia e poi in quello stand up, e quindi per quanto riguarda la musica sono un po’ fermo da allora, se si esclude un videoclip che ho pubblicato un anno e mezzo fa. Sinceramente quella è stata l’ultima canzone che abbia scritto.

Facciamo un passo indietro: chi sono i tuoi miti in ambito musicale?

La folgorazione è avvenuta nel 1999. L’11 gennaio moriva Fabrizio De André. Ne ascoltai la notizia, la televisione ne parlò per giorni e io, che non avevo nemmeno otto anni, scoprii che fino ad allora era vissuto sulla Terra questo tizio con una voce bellissima che parlava di puttane e drogati. Sarà stato il fascino di questa specie di controcultura, fatto sta che da allora divenne per me un punto di riferimento umano e intellettuale. Piano piano recuperai tutta la sua opera, e imparai a suonare la chitarra sulle sue canzoni. Ricordo ancora la prima canzone che imparai, Andrea. Già, una canzone che parla di un ragazzo omosessuale che piange il suo amato morto in guerra, cantata da me, un ragazzino. Ecco cosa ha fatto De André: ha preso queste cose, di cui ancora oggi la gente si vergogna a parlare, e le ha messe in bocca a ragazzini come me. Se non significa questo essere un artista… E poi da lì è stato tutto in discesa, ho scoperto il mondo del cantautorato: De Gregori, Guccini, Fossati, Vecchioni, Dalla… e poi tutto il background dal quale quelli provenivano, vale a dire la canzone folk americana. Poi ho anche suonato, al liceo, in gruppetti in cui facevamo i Pink Floyd e i Led Zeppelin, ma la canzone d’autore è rimasta la mia cifra stilistica.

In ambito letterario, invece?

Ho sempre letto parecchio, sin da bambino. C’è un uomo, in particolare, che mi faceva soffrire e stare in ansia, che mi ha fatto venire la febbre quando i suoi personaggi ce l’avevano e che mi ha insegnato che ammazzare una vecchia potrebbe essere un’idea rischiosa, e si chiama Dostoevskij. Poi ho scoperto la poesia americana intorno ai vent’anni, quando Lawrence Ferlinghetti mi ha insegnato che si può scrivere una poesia disponendo le parole come su di uno spartito, e che puoi essere magari meno affascinante di Kerouac, meno pazzo di Ginsberg e meno giovane di tre quarti di mondo ma puoi comunque scrivere con una forza dirompente e aprire il tuo piccolo negozietto di libri a San Francisco. Poi ho imparato a non aver paura della parola “sborra” da Charles Bukowski, a cercare di far pace coi propri genitori da John Fante, e ad essere tragicomico da Stefano Benni. Da molti altri, invece, ho imparato cosa non voglio essere e cosa non voglio scrivere.

Tu nasci a Policoro, in Basilicato, ma vivi a Roma: cosa dà e cosa toglie una realtà grande ma spesso caotica come quella della Capitale?

A me Roma ha dato tutto ciò che non poteva darmi una piccola realtà come quella di Policoro. E non sto parlando solo di opportunità, o semplicemente del fatto che se vuoi campare da artista devi stare in una città abbastanza grande da poter suonare ogni sera in un locale diverso, ma parlo proprio di mentalità diverse. Ora non voglio fare la parte del tizio a cui sta stretto il paesino d’origine, però per certi versi è così. Policoro è una cittadina che si è sviluppata come una piccola Rimini del sud, e d’estate si riempie di coatti provenienti da Puglia e Calabria che pare sembrino avere come unico scopo nella vita affollare le discoteche sulla spiaggia: ottimo per il turismo, certo; un po’ meno, invece, per uno che spesso suona in acustico e ha bisogno di un localino tranquillo, o di un piccolo teatro. Ecco, l’ambiente di cui ho bisogno, artisticamente, cozza un po’ con la vocazione un po’ squallidamente turistica e modaiola della mia città d’origine. E mi piacerebbe parlare di una realtà diversa, ma purtroppo devo ammettere che anche a livello di mentalità, Policoro resta ancorata a una certa arretratezza di pensiero tipica delle nostre regioni meridionali. Mi dispiace dire queste cose, e non so se qualcuno se la prenderà, nel leggerle, ma sono ahimè persuaso che le cose stiano in questo modo.

Se ti chiedessi di descriverti con un solo verso di una delle tue poesie, quale mi citeresti?

Quando scrivo non riesco mai ad essere troppo ermetico, quindi un verso non mi basta, ma dovrai concedermi una strofa. Direi questa:

“sorprendi tua moglie alle spalle
mentre cucina
– se ce l’hai, una moglie –
abbracciala da dietro
e dalle cinque baci dietro l’orecchio”

Sì, sono un sentimentale. Forse sto invecchiando.

Ti propongo una frase, che tu dovrai completare: Spero di non essere mai…

…come Salvini. O come chi lo vota. O come Barbara D’Urso. O come chi guarda i suoi programmi. Che non so perché, ma ho come la sensazione che queste varie categorie coincidano.

Tre raccolte di poesie, un ep, un progetto teatrale in cantiere: cos’altro sogni per il tuo futuro?

Credo che ogni scrittore abbia il pallino di mettersi alla prova con un romanzo. Ma fino adesso non sono mai riuscito ad essere troppo soddisfatto della mia prosa: leggo e rileggo le mie bozze e i miei tentativi e tutto ciò che provo è il desiderio di spararmi in bocca. Quindi per il momento, come sogno per il futuro, dico l’astronauta.

Concludiamo le nostre interviste sempre con questa domanda: noi ci chiamiamo DonnaPOP e per noi la parola POP ha un’accezione positiva, è qualcosa di bello, di accattivante, di tendenza. Cosa è per te POP?

Credo sia qualcosa di abbastanza lontano da me. Sarà che non mi sento bello, accattivante, di tendenza, o che essendo un cantautore è probabile che da qualche parte dentro di me risenta di quell’atavico snobismo nei confronti del pop. E so bene che questi non sono che stupidi pregiudizi, ma ogni tanto mi va di concedermeli. Lasciatemi qualche piccolo vezzo, su. D’altronde anche la mia ragazza mi dice che sono un vecchio brontolone, ma in fondo credo che mi ami anche per questo, o almeno lo spero. Io comunque, detto per inciso, la amo. Mi va di dirlo qui perché a volte di persona si fa più fatica… Sì, ok, so che dovrei farlo di persona, per cui va bene, non incazzatevi, vi prometto che lo farò. Magari domani. Non so, procrastinare è pop? No, eh…

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Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.
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