Jane Alexander

Daniele Rizzi / INSTAGRAM

INTERVISTE POP: Jane Alexander, tutti i volti di una donna messa a nudo

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Ne ha fatte di cose, Jane Alexander, dal suo esordio fino ad oggi. Dalla moda a un reality, passando per la tv, il cinema, il teatro, la radio e il doppiaggio. Eppure c’è ancora qualcosa che le manca. Ecco cosa mi ha raccontato in questa nostra lunga chiacchierata «senza fini promozionali»: la carriera, l’amore, suo figlio Damiano, che oggi ha quasi diciassette anni («Il mio unico sogno è che sia felice»), l’ipocrisia che non le appartiene e l’odore di tiglio che spera di tornare a sentire presto.

Le parole di Jane Alexander

Jane, partiamo da questo momento particolare che stiamo vivendo. Come stai?

Sto abbastanza bene. Fisicamente sì, senza dubbio, mentalmente un po’ meno. Per quanto ci si sforzi di ripetere che va tutto bene, non è proprio così. È un momento difficile e surreale, tanta gente vive un periodo di grande difficoltà e pure il mio mestiere attraversa una fase complicata. Siccome mi piace essere positiva e propositiva, dico che va bene e che bisogna guardare avanti con tenacia, ma c’è un’ansia di fondo che non mi lascia.

Un aspetto che traspare di te è l’irrequietezza, ti piace cambiare e sei in costante evoluzione. Cos’è che ti spinge a non essere mai uguale?

Fino a poco tempo fa ti avrei detto la noia, in realtà credo sia un modo per cercare di migliorarmi e imparare sempre di più. Anche sbagliando, sia chiaro, del resto io ho sbagliato tante volte nella mia vita, nella scelta del colore o del taglio dei capelli (ride, ndr), nel lavoro, nella vita privata. Ma io sono fatta così: mi piace buttarmi nelle cose, sperimentare, proprio perché sono convinta che ci sia da imparare anche da quello che non ci riesce bene. Non sono il tipo di persona che passa il proprio tempo a dire «Oh Dio, cosa ho combinato? Adesso che succederà?». Penso sempre: «Va bene, è andata così, rimbocchiamoci le maniche e facciamo un’altra cosa». Provo a essere propositiva sempre, in ogni situazione della vita.

Facciamo un passo indietro: Jane prima del successo. Cosa sognavi per il tuo futuro?

Io sognavo di scrivere un libro, anzi… cento! (scoppia a ridere, ndr) Invece, poi, non l’ho fatto. Spesso, nei miei post Instagram, mi dicono «Dovresti scrivere un libro, sei brava». Nonostante ciò, non ne ho il coraggio. Forse mi spaventa così tanto proprio perché è il mio sogno da sempre. Certe volte, di fronte a una cosa che vogliamo davvero, evitiamo di rischiare per non rovinarla. Del resto, se non diventa reale, non corre nessun rischio. Noi esseri umani siamo strani.

Non è strano avere questa paura: finché un sogno rimane in un cassetto, non corre il rischio di diventare un fallimento.

Esatto. Lo tieni lì, pensi «Tanto io ho il mio sogno», ogni tanto ci pensi, ma non lo tocchi mai. Sono in un limbo: ogni tanto penso di farcela, poi mi tiro indietro. Ecco, forse questa è una delle poche cose in cui non mi sono buttata a capofitto, senza pensarci due volte. Eppure sogno di scrivere un libro da quando ero una bambina.

È vero, un libro nella tua carriera manca, ma ne hai fatte di cose: tv, cinema, teatro, doppiaggio, conduzione.

Sai, in questi mesi in cui sono rimasta chiusa in casa come tutti, ho avuto modo di pensare tanto. Mi sono detta che, forse, se avessi fatto una sola cosa, sarebbe stato meglio; le cose, forse, oggi sarebbero state diverse. Probabilmente è l’ansia a parlare. Comunque, non è detto che non mi metta a scrivere. Pensa che, quando sono uscita dal Grande Fratello, ho comprato un computer, del quale poi si è appropriato Damiano, dicendomi «Mamma, sono mesi che è lì e non l’hai mai usato». In realtà l’avevo comprato per scrivere, ma non l’ho mai fatto, ha ragione lui. Ogni scusa diventa buona per rimandare. L’essere umano è bravissimo in questo: appena c’è qualcosa che ama e che, per tale motivo, teme di perdere, allora inizia a inventarsi delle scuse per rimandare. Ogni tanto mi dico: «Oggi vorrei tanto scrivere, ma non ho il caffè e senza caffè non ce la posso fare» (ride, ndr). Sono le stesse scuse che uso per non smettere di fumare. Vorrei tanto smettere, ma poi ne invento una nuova. Però, mi dico anche che, finché c’è la volontà di fare, si è già un passo avanti.

Poco fa hai detto una frase che mi ha colpito: «Se avessi fatto una sola cosa, sarebbe stato meglio».

Mi riferisco alla mia vita, in generale. Sai qual è la verità? In questo periodo ho pensato tanto, anche troppo. Spero che succeda come quando sono uscita dal Grande Fratello: la maggior parte delle cose che avevo pensato non erano vere, ma frutto di quella situazione, di quella convivenza forzata, parlo anche e soprattutto della convivenza con se stessi. I pensieri cambiano, diventano ossessivi e unilaterali, in una condizione di isolamento. In questi mesi ho pensato tanto a me, mi sono chiesta «La mia vita è andata come volevo oppure no?». Poi mi rendo conto che è un pensiero inutile, il passato non si cambia e biasimarlo serve a ben poco. Bisogna guardare avanti e dirsi «’Sti cazzi di com’è andata finora, io voglio fare il meglio per me da adesso in poi». Questi pensieri feriscono solo chi li fa e causano ulteriori blocchi, non sono costruttivi e, di fatto, non portano a nulla, solo a recriminare.

E allora guardiamo in avanti: cosa sogni oggi?

Sogno di tornare alla vita prima del Coronavirus, sogno di andare in giro senza mascherina, sogno che mio figlio abbia una vita spensierata, che possa viversi questi anni da adolescente in piena serenità. Il mio più grande sogno è che lui sia felice. Per quanto riguarda me, io sono una grande sostenitrice della felicità a tutti i costi: se una cosa ti fa felice, devi farla senza pensarci due volte. Se non danneggia nessuno, se non intacca la libertà degli altri, devi andare fino in fondo. E, comunque, oltre al mio libro, sogno di tornare presto a recitare sul palcoscenico.

Recentemente hai preso parte allo spettacolo Ricette d’amore ed è stata un’esperienza entusiasmante.

Il teatro è come il Mal D’Africa: sali sul palco, reciti la tua parte e poi capisci che ti mancherà per il resto della vita. Mi sono sentita come un’esordiente, come se lo facessi per la prima volta. All’inizio ero terrorizzata, poi mi sono resa conto che l’emozione che provi è enorme. Non vedo l’ora di ricominciare.

A proposito di recitazione, in Italia molti attori lamentano il fatto di essere confinati in un ruolo e scelti sempre per la stessa tipologia di personaggio.

Io non mi lamento per niente! A me va più che bene così, fatemi fare sempre la stronza! (ride, ndr)

Mi hai tolto le parole di bocca, fai spesso la stronza…

E sono la persona più felice del mondo. Se mi viene bene quello, perché fare altro? Non bramo per essere la protagonista buona, non spasimo per essere la donna della porta accanto, a me va benissimo fare la stronza.

C’è un ruolo da cui la tua carriera non può prescindere: Lucrezia di Elisa di Rivombrosa. Un ruolo ingombrante. Non ti è mai stato stretto il fatto di essere «Quella di Elisa di Rivombrosa»?

Onestamente no. In fondo è stato il lasciapassare per avere altri ruoli importanti. Sai cosa penso? Nonostante io abbia fatto il Grande Fratello Vip, raramente sento dire «Quella è la tipa del Gf», bensì «Lei è quella che ha fatto Elisa». Quindi mi sta bene così, essere riconosciuta come attrice e non per un reality, per me è fondamentale. Poi Lucrezia era un personaggio straordinario, sfaccettato e divertente.

Jane Alexander nei panni di Lucrezia Van Necker

Jane Alexander nei panni di Lucrezia Van Necker

Accennavi al Grande Fratello Vip, di cui sei stata protagonista due anni fa.

È stata un’esperienza che, devo ammetterlo, non mi ha aiutato in alcun modo. Magari uno lo fa per avere qualche riscontro, ma nel mio caso non ce ne sono stati. Ho sempre ammesso di averlo fatto per i soldi. Mettiamo da parte l’ipocrisia e siamo onesti: se fai un reality, lo fai per quel motivo lì. Ti pagano, anche molto bene, è un lavoro, quindi accetti. Se vai via da casa e stai lontano da tutti per due mesi, lo fai per guadagnare. È un lavoro come un altro. Anzi, è un lavoro pagato meglio di molti altri. Il Grande Fratello ti dà una visibilità estrema, incredibile, ma non serve assolutamente a niente. Non serve a nulla sui social, non serve in televisione, non serve per fare l’attrice. Mi sono ritrovata con una grande notorietà, ma mi è servita solo a fortificarmi e a comprendere che non devo rispondere agli hater. Non è utile a livello lavorativo, anzi, potrei dirti che è quasi dannoso.

Probabilmente, per trarne vantaggio, bisogna cavalcare la popolarità che un reality dà e diventare delle icone trash.

È così, ma non è assolutamente quello che voglio. Avrei potuto giocare le mie carte diversamente, visto quello che è successo, avrei potuto cavalcare l’onda, molti lo fanno, ma io mi sono tirata indietro e non sono più apparsa in certi contesti. Ho continuato a fare sui social quello che facevo prima del Grande Fratello, tanta gente – arrivata dopo il reality – si è scandalizzata perché ha visto che pubblico spesso delle foto in cui sono seminuda. Ma per me non è cambiato niente: ho continuato per la mia strada, con la differenza che, prima del reality, avevo meno seguaci. Ma è inutile dare spiegazioni, io faccio il mio, chi vuol capire capisce, non me ne frega niente.

La bellezza aiuta e basta?

Come avrai capito, io non amo l’ipocrisia, perciò ti dico che la bellezza ti aiuta sempre e comunque, in qualsiasi circostanza, ambiente e lavoro. Ti spalanca delle porte, però servono talento, generosità e sensibilità perché le porte restino aperte.

Apro una parentesi delicata: poche settimane fa è venuta a mancare una tua cara amica, Susanna Vianello, figlia di Wilma Goich e Edoardo Vianello.

Faccio un’enorme difficoltà a realizzare quello che è accaduto. Non avendo potuto salutarla né partecipare al suo funerale, oggi mi sembra di non riuscire a capire appieno quello che è successo. So che è successo, me lo spiego, me lo dico e me lo ripeto, ma sembra una cosa sospesa per aria, non c’è stata una chiusura del cerchio, un saluto, qualcosa che facesse diventare questo pensiero reale. Mi manca tanto, anche se per un periodo non ci siamo parlate.

Voltiamo pagina. Qual è la prima cosa che faresti se domani, alzandoti, scoprissi che l’emergenza Coronavirus è finita?

Andrei a trovare mia madre, che vive ad Amelia, in Umbria. La sento tre volte al giorno, ma non la vedo da più di due mesi, quindi il primo pensiero sarebbe quello di abbracciarla forte. Poi andrei al mare con le amiche, voglio godermi l’estate, ridere, scherzare, vivere una vita normale.

Concludiamo così: il nostro magazine si chiama DonnaPOP e, per noi, il termine POP rappresenta qualcosa di bello, entusiasmante, accattivante. Cos’è per te POP in questo momento della tua vita?

Mi è venuta in mente una cosa, non so se abbia senso, ma è il primo pensiero che ho avuto e voglio raccontartelo: spero vivamente di non essermi persa la fioritura del tiglio, è il momento dell’anno che aspetto di più; quei pochissimi giorni in cui il tiglio fiorisce, Roma si riempie di un profumo meraviglioso, inebriante. Cammino per strada e mi sento rinata. Ecco, per me sarebbe pop uscire e scoprire che ho fatto in tempo. Ma c’è un’altra cosa che è molto pop…

Ti ascolto.

Restare con il proprio compagno dopo tanto tempo chiusi in casa e non scappare a gambe levate. La convivenza forzata può portare ad avere i nervi scoperti e a vivere momenti di difficoltà, ad essere nervosi e intrattabili. Quindi credo che sia estremamente pop resistere alla quarantena.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi e ha un blog. È laureato in Lettere, indirizzo Spettacolo, ed è appassionato di televisione e musica.